Le donne e la conquista del diritto di voto

repubblica_1Il voto alle donne, o suffragio femminile, è una conquista piuttosto recente nella lotta alla parità dei sessi. Si tratta, infatti, del risultato di un profondo movimento di riforma politico, economico e sociale che trova le proprie basi nella Francia del XVIII secolo. Al suffragio femminile, tuttavia, non si arriva nello stesso periodo in tutti i paesi del mondo anzi, spesso, si registrano decenni di differenza.

Benché l’origine del movimento femminista risalga all’epoca della rivoluzione francese, alle petizioni inviate da Marie-Olympe de Gouges (1748-1793) all’Assemblea costituente e alla spietata repressione dei primi club femminili ordinata da Robespierre (1793), il tema del suffragio femminile acquistò rilievo nel dibattito intellettuale solo verso la metà dell’Ottocento, in coincidenza con l’emergere del principio di indipendenza economica della donna.

Antesignane della battaglia per l’emancipazione furono le statunitensi che nella Convenzione di Seneca Falls (1848) avanzarono per prime la richiesta del diritto di voto alle donne. Al termine di una dura campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica orientata, a partire dal 1889, dall’International Council of Women, il suffragio delle donne statunitensi fu riconosciuto solo nel 1920.

Il movimento che diede eco maggiore alla lotta per il voto fu senza dubbio quello delle Suffragette, al quale aderivano le donne che si battevano per l’emancipazione femminile e per il diritto di voto.

In Gran Bretagna, il processo fu più rapido. Ammesse al voto per i consigli municipali (1869) e per i consigli di contea (1880), le inglesi, che fin dal 1867 avevano rivendicato la completa parità di diritti politici, furono protagoniste di una battaglia assai violenta, guidata dalla Women’s Social and Political Union (1903), la cui leader fu Emmeline Pankhurst. Il movimento delle suffragette si dimostrò ben presto un’associazione assai attiva e radicale: furono organizzati cortei, conferenze, petizioni, che talvolta sfociarono in disordini, causando arresti e condanne. Nel 1907 le donne furono dichiarate eleggibili alla carica di sindaco, ma solo nel 1918 ottennero il voto politico, che tuttavia fu esercitato in condizione di piena parità con gli uomini a partire dalle consultazioni del 1929.

Tuttavia non bisogna pensare che fu l’Inghilterra il primo paese al mondo in cui il voto fu esteso anche alle donne. Prima nel mondo, infatti, fu la Nuova Zelanda in cui il suffragio femminile fu ottenuto nel 1893.

In Francia un’associazione in favore del suffragio femminile sorse nel 1870, alla caduta del Secondo impero, ma l’esercizio concreto del diritto fu concesso soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945. A parte il caso australiano, dove l’istituzione del suffragio femminile (1903) seguì di poco l’indipendenza, e quello dei paesi scandinavi (Finlandia, Norvegia e Danimarca lo adottarono fra il 1906 e il 1915), nella maggior parte degli stati il diritto di voto alle donne fu riconosciuto dopo la Prima Guerra Mondiale, che fu un vero e proprio acceleratore della questione delle donne in quanto mette in evidenza l’importanza che riveste la componente femminile all’interno della società, avendo sostituito in tutte le loro mansioni gli uomini impegnati al fronte. La legislazione della Russia rivoluzionaria lo recepì nel 1917, quelle di Germania, Austria e Cecoslovacchia nel 1918, la Svezia fra il 1919 e il 1921, l’Ungheria nel 1922, l’Olanda nel 1923 e la Romania nel 1929.

Per quanto riguarda lItalia il percorso che portò all’estensione del voto alle donne cominciò solo all’indomani dell’unificazione, avvenuta nel 1861. La prima via italiana al riconoscimento di un suffragio davvero universale fu quella giudiziaria. Il 17 marzo del 1861, la carta fondamentale della nuova Italia unita divenne lo Statuto Albertino che all’articolo 24 diceva:

«Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi».

Una di queste eccezioni riguardava le donne, anche se non in modo esplicito. La riforma elettorale del 1882 concesse il diritto di voto a una parte consistente del movimento operaio portando il corpo elettorale dal 2,2 per cento delle popolazione a circa il 7 per cento, ma continuò a trascurare le donne. Così la successiva legge del 1895.

Nel frattempo, nel 1877, Anna Maria Mozzoni, milanese, femminista e socialista, rifacendosi alle esperienze inglesi, francesi e statunitensi presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie ad essere bocciata. Nel 1881 Anna Maria Mozzoni e Paolina Schiff fondarono a Milano la “Lega promotrice degli interessi femminili”, nel 1903 diverse associazioni femminili si unirono nel Consiglio nazionale delle donne italiane affiliato all’International Council of Women e nel 1905 si formarono dei comitati pro-suffragio femminile che promossero l’iscrizione nelle liste elettorali di donne che avessero i requisiti prescritti dalla legge. Il 26 febbraio del 1906 Maria Montessori sul giornale La vita scrisse un articolo in cui ribadiva l’invito specificando che la legge non poneva alcun esplicito divieto. Quello stesso anno le Corti di appello di sei città (Firenze, Palermo, Venezia, Cagliari, Brescia e Napoli) pronunciarono altrettante sentenze per bocciare il riconoscimento dell’elettorato politico alle donne che alcune Commissioni elettorali provinciali avevano accolto.

Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile e per la prima volta fu applicato nelle elezioni politiche del 1913. La guerra interruppe però la lotta delle donne. Il 9 maggio del 1923 Mussolini, che era al governo da un anno, parlò del suffragio femminile e promise alle donne il voto amministrativo. In quello stesso discorso rassicurò gli uomini dicendo:

«Io penso che la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche come opinano alcuni misoneisti, ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza».

 Nel 1925 entrò in vigore una legge che concesse ad alcune italiane la possibilità di eleggere gli amministratori locali. Tre mesi dopo, una riforma rimpiazzò i sindaci con i podestà e cancellò il voto amministrativo in generale. Le madri prolifiche dello stato fascista furono escluse dalla pubblica amministrazione e scoraggiate dall’istruzione superiore, venne proibita la vendita di contraccettivi e vennero stabiliti dei premi per le famiglie numerose. Molte femministe e molte delle militanti del Congresso del 1923 scapparono all’estero. Un nuovo attivismo si riscontra alla fine delle Seconda Guerra Mondiale, non appena fu costituito il Governo di Liberazione Nazionale. La prima richiesta per il suffragio femminile fu della Commissione per il voto alle donne dell’UDI, l’Unione donne italiane nata per iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista: fu sostenuta dalle rappresentanze dei centri femminili dei vari partiti e dal Comitato nazionale pro-voto nel quale confluirono le principali organizzazioni.

Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei Ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio o, a quel punto, di inevitabile. Fu emanato il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, “Estensione alle donne del diritto di voto”: potevano votare le donne con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati». Nel decreto venne però dimenticato un particolare non da poco: l’eleggibilità delle donne che venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo del 1946.

La prima occasione di voto per le donne furono le elezione amministrative in 436 comuni il 10 marzo 1946; le donne risposero in massa, con un’affluenza che superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero elette nei consigli comunali. La stessa partecipazione vi fu per il referendum istituzionale monarchia-repubblica del 2 giugno. Le elette alla Costituente (su 226 candidate) furono 21 pari al 3,7 per cento. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione.

Teresa Mattei, la più giovane donna eletta all’Assemblea Costituente, nel suo discorso alla Costituente il 18 marzo 1947, ci teneva a sottolineare che dall’emancipazione delle donne ci avrebbe guadagnato tutta la società, uomini compresi.

«Vorrei solo sottolineare in questa Assemblea qualcosa di nuovo che sta accadendo nel nostro Paese. Non a caso, fra le più solenni dichiarazioni che rientrano nei 7 articoli di queste disposizioni generali, accanto alla formula che delinea il volto nuovo, fatto di democrazia, di lavoro, di progresso sociale, della nostra Repubblica, accanto alla solenne affermazione della nostra volontà di pace e di collaborazione internazionale, accanto alla riaffermata dignità della persona umana, trova posto, nell’articolo 7 (diventerà l’articolo 3, ndr), la non meno solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. (…)

In queste fondamentali cose il fascismo ha tradito l’Italia, togliendo all’Italia il suo carattere di Paese del lavoro e dei lavoratori, togliendo ai lavoratori le loro libertà, conducendo una politica di guerra, una politica di odio verso gli altri Paesi, facendo una politica che sopprimeva ogni possibilità della persona umana di veder rispettate le proprie libertà, la propria dignità, facendo in modo di togliere la possibilità alle categorie più oppresse, più diseredate del nostro Paese, di affacciarsi alla vita sociale, alla vita nazionale, e togliendo quindi anche alle donne italiane la possibilità di contribuire fattivamente alla costituzione di una società migliore, di una società che si avanzasse sulla strada del progresso, sulla strada della giustizia sociale. Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale. (…)

Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad un’assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Per ciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta per raggiungere la parità dei diritti, debba stare a base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro.

È nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, può divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile; e per emancipazione noi non intendiamo già solamente togliere barriere al libero sviluppo di singole personalità femminili, ma intendiamo un effettivo progresso e una concreta liberazione per tutte le masse femminili e non solamente nel campo giuridico, ma non meno ancora nella vita economica, sociale e politica del Paese. (…).

Non vi può essere oggi infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata dalla Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia. (…)»

 

Michela Vallerani